Il re è nudo, e pure i sudditi
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diario, il 7 gennaio 2010
Prendendo spunto da un’interessante discussione sulla bacheca di un amico di Facebook relativamente al rapporto tra mafia/camorra, potere della magistratura (troppo e strumentale secondo alcuni), e pentiti (meglio “collaboratori di giustizia” visto che la redenzione è, giustamente, cosa ben diversa) si è convinti che la mafia, la camorra potranno essere sconfitte solo dal popolo visto che le grandi famiglie del potere italiano, e non solo loro (ad esempio gli Alleati all’alba di quel 10 luglio 1943), hanno sempre trovato interessanti e prolifici interessi comuni con le mammasantissime.
Premesso che ritengo che mafia e camorra siano due realtà molto diverse tra loro che in comune hanno solo il giro di affari e lo spregio della vita altrui, anche io concordo con l’idea che mafia e camorra potranno essere sconfitte solo dal popolo. Ad una condizione però: quando il cosiddetto popolo, che diversamente da quello del 1799 questa volta è costituito oltre che dalla borghesia (piccola, media e alta) anche dalla plebe (rappresentata oggi in parte dal sottoproletariato) e dal proletariato, cesserà di vivere lui stesso con la mentalità del camorrista o del mafioso.
Solo distruggendo se stesso, o meglio il suo modo di essere, di pensare, di vivere, il popolo, o sarebbe più corretto scrivere la
citizenship, potrà porre termine a quel cancro chiamato mafia/camorra che già agli inizi del XX secolo veniva chiaramente diagnosticato per Napoli quando nel 1901 il senatore Saredo presentava al Parlamento del Regno il famoso rapporto sull’inchiesta condotta da lui stesso a seguito dello scandalo per mazzette e corruzione al Comune di Napoli, e questo molti anni prima che nascesse Pasquale Simonetti al secolo Pascalone ‘e Nola.
Sicuramente la mancanza cronica di lavoro non ha favorito in passato, e in gran parte continua ancora oggi a non favorire, questo cambio di mentalità ma è anche vero che quest'ultima persiste anche nei comportamenti sociali di chi il lavoro ce l’ha e soprattutto di chi ha una posizione economica e sociale solida o avanzata. In realtà a sopravvivere al Sud è la cultura del latifondista, passata dal nobile aristocratico al mezzadro, divenuto cafone risalito, nonostante il latifondo (per definizione un terreno agricolo di grandi dimensioni, solitamente mal coltivato o abbandonato) sia stato spazzato via all’indomani del Piano Marshall, grazie ai soldi dello Stato il quale, regalando poco più di un ettaro di terra a tutti quelli che la richiedevano, dietro lauti indennizzi agli espropriati, ha contribuito ad allargare la forbice tra Nord e Sud, già aperta di per se, e, unitamente ad una politica industriale praticamente inesistente eccezion fatta per rare se non uniche eccezioni (Italsider di Bagnoli) condannava alla morte vivente il Mezzogiorno rendendolo incapace di produrre qualcosa che non fosse il semplice sostentamento per il proprio nucleo familiare.
Il macello di un popolo è stato possibile solo grazie al tradimento di alcuni suoi figli, all’epoca come oggi, che invece di elevare la propria terra alle più alte vette delle società cosiddette progredite, la usavano come merce di scambio per i loro personali interessi e di quelli dei loro “amici” (termine ancora oggi molto usato in politica per individuare gli elementi della propria tribù) ad un prezzo più che vantaggioso:
pacchi di pasta, mille lire tagliate e il paio di scarpe, un pezzo prima e uno dopo il voto (Colarizi, 2000), anche se poi il prezzo si è alzato (colpa dell’inflazione) con un posto di lavoro presso qualche pubblica amministrazione, soprattutto se in Italia c'è stato bisogno all’improvviso di tanti postini, anche se la posta non era aumentata.
Se è vero come scrisse alcuni anni fa lo storico Piero Craveri, nipote di Benedetto Croce, che
nel Mezzogiorno il re non ha mai avuto vergogna di mostrarsi nudo, tanto ha sempre trovato poi il modo di coprirsi (Geremicca, 1997) è anche vero che, in periodo di crisi soprattutto, anche i vestiti cominciano a scarseggiare e lo spettacolo oltre che decisamente indecoroso è anche impietoso.
Alessandro Cascone