.
Annunci online

riflessioni di un geologo sulla politica
Distruggere i quattro vecchi
post pubblicato in diario, il 29 ottobre 2014


...il 18 agosto (1966, ndr) si tenne sulla piazza Tiananmen, al centro di Pechino, una manifestazione di proporzioni gigantesche, alla quale partecipò oltre un milione di giovani. Per la prima volta Lin Biao apaprve in pubblico come vice di Mao e suo portavoce: tenne un discorso invitando le Guardie Rosse a uscire dalle scuole e a «distruggere i quattro vecchi», che erano poi «le vecchie idee, la vecchia cultura, le vecchie tradizioni e le vecchie abitudini».

Seguendo quell'oscuro invito, in tutta la Cina le Guardie Rosse scesero in strada, dando sfogo al vandalismo, all'ignoranza e al fanatismo. Saccheggiarono le case, fracassarono oggetti di antiquariato, strapparono dipinti e saggi di calligrafia. Furono accesi falò per bruciare i libri e nel giro di pochissimo tempo quasi tutti i tesori delle collezioni private furono distrutti. Molti scrittori e artisti si suicidarono dopo essere stati percossi, umiliati e costretti ad assistere al rogo delle proprie opere. I musei vennero saccheggiati. Palazzi, templi, tombe antiche, statue, pagode, mura cittadine: tutto ciò che sapeva di «vecchio» fu devastato.

(J. Chung, Cigni selvatici. Tre figlie della Cina. TEA)



permalink | inviato da alessandro cascone il 29/10/2014 alle 17:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gli occhi della mente
post pubblicato in diario, il 7 ottobre 2014


Immaginiamo di stare in una stanza di casa nostra e di segnare sul pavimento una linea diritta della larghezza dei nostri piedi. Se decidessimo di camminare seguendo la linea con i piedi sempre sulla stessa credo che chiunque, esente da problemi di equilibrio, ci riuscirebbe senza alcuna difficoltà o paura o ansia.
Immaginate adesso che quella stanza non esista e che la linea diritta, della larghezza dei nostri piedi, sia un tracciato sospeso nel vuoto tra due picchi di montagne e che sia una bellissima giornata di sole senza alcuna traccia di vento. Se decidessimo di camminare seguendo la linea/tracciato quanti ci riuscirebbero ?
Vivere la vita, a volte, significa decidere di camminare sul vuoto come se stessimo in una stanza di casa nostra. Quello che cambia è solo il modo in cui affrontiamo le cose con gli occhi della mente.


Alessandro Cascone
La disperazione più grave
post pubblicato in diario, il 1 ottobre 2014







« La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. »

Queste parole Corrado Alvaro le scrisse alla fine degli anni '50. L'Italia usciva da una guerra (persa) completamente distrutta non solo fisicamente ma soprattutto moralmente. Gli italiani erano spaccati in due: monarchici e repubblicani, fascisti e antifascisti, cattolici e atei, ma tutti avevano la speranza di dar vita ad una nuova nazione. C'era fermento, voglia di fare ma soprattutto c'erano ancora valori condivisi: la famiglia, un certo senso etico, l'umiltà e la speranza appunto.

Oggi, a distanza di oltre 60 anni, pur essendo rimasta la spaccatura in due seppur aggiornata alle nuove tendenze socio-politiche-economiche, sembra che non sia rimasto nulla dei valori: la famiglia è collassata ovunque (la Campania ha superato la Lombardia per numero di divorzi), l'etica è stata segnalata a "Chi l'ha visto ?", l'umiltà ha ceduto il passo all'arroganza e la speranza ha convinto tanti giovani e meno giovani ad abbandonare il paese.

Gli italiani da alcune generazioni nascono già vecchi, malati. Convinti che vivere onestamente sia inutile si ingozzano alla tavola della cupidigia strappando le pietanze ai loro stessi figli privandoli di sogni e speranze. Quello che secoli addietro era stato un grande popolo fatto di povera gente umile ma dignitosa, di poeti, letterati, artisti, oggi è diventato solo un popolo di disperati, giratori di ruote in cerca di vocali.


Alessandro Cascone

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica guerra storia italiani

permalink | inviato da alessandro cascone il 1/10/2014 alle 14:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Prima l'uovo o la gallina ?
post pubblicato in diario, il 5 febbraio 2010


Sono 150 anni che si parla di questione meridionale, si parla appunto, al più si scrive, ma il problema, o la questione se volete, è sempre là: al punto di partenza.

La legislazione speciale per il meridione, cominciata grazie alla lungimiranza di F.S.Nitti all'inizio del secolo scorso (1904), con la prima legge speciale per Napoli, degenerò in assistenzialismo caratterizzando e definendo un meridione parassita, improduttivo ma soprattutto buco nero della spesa pubblica nazionale; basta vedere i quarant'anni di gestione della Cassa per il Mezzogiorno o la ricostruzione dopo il terremoto irpino del 1980. Tutto ciò invece di consentire al meridione di superare i suoi problemi, e all'Italia la sua questione, ha finito con il danneggiare ulteriormente il Sud, e l'Italia tutta, contribuendo ad esasperare l'arretratezza politica, sociale ed economica dell'intero Paese.

Ultimamente alcuni coraggiosi stanno riproponendo la questione in oggetto anche a causa della "distrazione" dell'attuale Governo che sembra essersi dimenticato del problema, secondo Loro solo accantonato. Dimenticarsi del meridione è da sempre stato visto come uno dei più grandi errori della politica di governo nazionale poichè nessun treno, per quanto possa essere dotato di un veloce locomotore, potrebbe anche solamente partire se molte delle carrozze che costituiscono il suo convoglio rimangono con il freno tirato.

Mi sia concesso allora, essendo solo un geologo, seppur curioso, di condividere con voi alcune osservazioni sulle quali, eventualmente, provare, con l'aiuto di chiunque abbia buona volontà (e tempo), a capire le ragioni per cui quei freni rimangono tirati.

Le osservazioni che vi propongo nascono dall'osservare una realtà fuori dai confini italici. In Germania, dopo la seconda guerra mondiale dalla quale i tedeschi uscirono con le ossa rotte socialmente ed economicamente, si è venuto a creare una situazione di "separazione" analoga all'Italia (seppur di genesi e connotati differenti), in cui vi era una zona (occidentale) ricca ed un'altra (orientale) povera separate successivamente da un muro fisico e non solo ideale come in Italia. Dopo più di quarant'anni la parte ricca decide di farsi carico di "adottare" economicamente quella povera, a seguito dell'abbattimento di quel muro e dell'unione politica tra le due parti. 

A distanza di vent'anni dalla caduta di quel muro, e prima della grande crisi, non pochi territori (lander) della parte "povera" sono riusciti a diventare competitivi alla stregua di quelli della ex-parte occidentale. Si veda per tutti il Meclemburgo, avendo fatto registrare un PIL (pre-crisi) di segno positivo ed un abbattimento dei livelli di disoccupazione più che accettabile.

DOMANDA: 
come mai in Germania in vent'anni si è riusciti a fare quello che in Italia non si è riusciti a fare in 150 anni ??

Secondo me è su questo si deve riflettere per poter cominciare a capire come affrontare i problemi dell'Italia perchè è da questa analisi che a mio modesto avviso si torna all'origine del problema: perchè la legislazione speciale, fondamentale per risollevare territori depressi (fiscalità di vantaggio ma non solo), ha portato in direzione esattamente opposta alle intenzioni iniziali ?? quanto di quello che sosteneva l'odiato (da alcuni) sabaudo, che aveva creduto nell'Unità di un territorio tanto diverso, a distanza di 150 anni è ancora tremendamente attuale ed inascoltato ?? quali sono le VERE responsabilità della politica di ieri e di oggi, si spera non di domani, nell'aver bloccato il sogno e la lungimiranza (si veda oggi alla UE) dello statista piemontese ? è veramente solo il Nord il responsabile dell'affossamento del Sud ? 

La domanda principe è, a mio modesto avviso, da porsi più a monte: può una politica economica prescindere da una politica culturale ? e se non può prescindere, come io ritengo, conviene lavorare prima sulle questioni economiche sperando che queste generino evoluzioni culturali dagli effetti benefici, o viceversa ? in pratica: è venuto prima l'uovo o la gallina ? 

.......e nel frattempo si continuano a fare brodini di carne di gallina e uova alla coque.


Alessandro Cascone
Anno nuovo, partito vecchio ?
post pubblicato in diario, il 3 febbraio 2010


All'alba della convenzione nazionale del PD di ottobre dell'anno scorso usci un bel pamphlet a firma di Enrico Morando su i termini fondamentali del confronto secondo il punto di vista dell'esponente democratico.

qui sotto uno stralcio significativo:

(...) È il modello di partito aperto - nel quale tutte le cariche sono effettivamente contendibili, secondo procedure esigibili, fissate una volta per tutte - descritto dallo Statuto del PD. Si deve tuttavia constatare un’enorme distanza tra la realtà del PD in questo anno e mezzo e le previsioni statutarie: un tesseramento asfittico, tardivo e timoroso di rivolgersi con fiducia, per chiederne l’adesione, ai tre milioni e mezzo di cittadini “costituenti”. Primarie come eccezione, invece che come regola; spesso concepite come extrema ratio, quindi tenute troppo a ridosso della scadenza elettorale. Candidati alle elezioni Politiche (da eleggere su sterminate liste bloccate, come da assurda legge elettorale in vigore) scelti senza alcuna effettiva e ben regolata partecipazione a decidere né degli iscritti (che non c’erano), né degli elettori. Una gestione quotidiana del partito più affidata allo sforzo di giustapposizione dei gruppi dirigenti dei due partiti cofondatori che al “rimescolamento” delle energie disponibili, vecchie e nuove. Una dialettica interna più caratterizzata dalla presenza delle correnti interne ai DS e alla Margherita che da nuove aggregazioni politico-culturali. 

Limiti e difetti spiegabili, almeno in parte, con lo stato di emergenza in cui il PD ha vissuto dalla sua nascita. Imperdonabili, se permanessero nella fase che si apre colla Convenzione di Ottobre 2009. (...)


(Fonte: http://www.pietroichino.it/?p=4182)


In prossimità di un'altra alba, quella delle elezioni regionali di marzo prossimo, sembra proprio che l'anno nuovo non abbia portato ad un partito nuovo. Sembra ?

Il mondo diviso
post pubblicato in diario, il 9 gennaio 2010


I fatti di Rosarno. E’ con questo semplice titolo che un altro paragrafo vergognoso del capitolo immigrazione sarà scritto nei libri di storia contemporanea italiana, molto spesso una storia infame e ignobile fatta da uomini e donne e dal modo disumano con il quale, quella che dovrebbe essere una società civile, si è quasi sempre relazionata a questi, universalmente e sempre deboli tra i deboli, la cui unica e grande colpa è stata quella di essere nati in paesi senza aspettative di vita, spesso fisiche ancor prima che dignitose, e per questo di non voler accettare di morire di fame e di stenti alla stregua di animali selvaggi rimasti senza cibo né acqua che preferiscono attraversare un fiume infestato da coccodrilli, conoscendone gli elevati rischi di raggiungere l’altra sponda, piuttosto che aspettare la loro ora fermi, immobili, rassegnati.

Sopravvivere è forse il più grande e potente istinto che l’uomo abbia conservato da quando, uscito dalla caverna, ha cominciato ad unirsi ad altri esseri umani avendo capito, dopo decine di migliaia di anni di individualismo, che il condividere i propri spazi con altri esseri umani anche se limitava la propria sfera di azione consentiva maggiori possibilità di sopravvivenza in un mondo pieno di predatori.

Oggi tutti i grandi predatori già da un bel po’ risultano estinti ma in compenso ne sono nati altri, piccoli, abili e voraci ma soprattutto insidiosi perché, prendendo a prestito il titolo di un vecchio film horror, “sono tra noi”.
Questi predatori spesso sono figli di quella stessa specie che adesso sbranano in freddi casolari abbandonati o ex-fabbriche dismesse o peggio in asettiche aule, parlamentari nella migliore delle ipotesi, tra pochi intimi nelle peggiori. Sono figli cannibali di quel popolo che solo tra il 1881 e il 1911 ha visto quasi 4 milioni di suoi figli abbandonare le loro italiche terre, le loro case, le loro radici per cercare un modo e un mondo diverso per sopravvivere ad una terra avara di opportunità ma soprattutto ad una società spietata con i più deboli.

Qualche benpensante potrebbe aborrire, o giudicare eccessivo, il leggere tali esseri umani (?) associati a cannibali o predatori, d'altronde è noto che se le virtù devono essere pubbliche i vizi devono rimanere rigorosamente privati. Forse che per questi signori e signore della civile società il diverso colore della pelle o del linguaggio o del proprio credo religioso abbia tratto in inganno ? Tutto è possibile. Ma si rendano conto che se non riescono a vederne l’aspetto umanitario perché il diverso colore della pelle o il diverso linguaggio o le diverse preghiere non ne fanno riconoscere in questi disperati le loro stesse fattezze si avvedano almeno chè i loro “animali da lavoro” sono quelli che consentono di portare avanti interi comparti della loro economia, agricoltura in primis, senza i quali non solo non si produrrebbe ricchezza ma sarebbero addirittura costretti ad importare le mercanzie, non più prodotte, da altri popoli, anche essi diversi nel linguaggio, a volte anche nel colore della pelle. Ma questa volta senza trarne alcun vantaggio.

“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri.” (Don Lorenzo Milani)


Alessandro Cascone
Il re è nudo, e pure i sudditi
post pubblicato in diario, il 7 gennaio 2010


Prendendo spunto da un’interessante discussione sulla bacheca di un amico di Facebook relativamente al rapporto tra mafia/camorra, potere della magistratura (troppo e strumentale secondo alcuni), e pentiti (meglio “collaboratori di giustizia” visto che la redenzione è, giustamente, cosa ben diversa) si è convinti che la mafia, la camorra  potranno essere sconfitte solo dal popolo visto che le grandi famiglie del potere italiano, e non solo loro (ad esempio gli Alleati all’alba di quel 10 luglio 1943), hanno sempre trovato interessanti e prolifici interessi comuni con le mammasantissime.

Premesso che ritengo che mafia e camorra siano due realtà molto diverse tra loro che in comune hanno solo il giro di affari e lo spregio della vita altrui, anche io concordo con l’idea che mafia e camorra potranno essere sconfitte solo dal popolo. Ad una condizione però: quando il cosiddetto popolo, che diversamente da quello del 1799 questa volta è costituito oltre che dalla borghesia (piccola, media e alta) anche dalla plebe (rappresentata oggi in parte dal sottoproletariato) e dal proletariato, cesserà di vivere lui stesso con la mentalità del camorrista o del mafioso.
Solo distruggendo se stesso, o meglio il suo modo di essere, di pensare, di vivere, il popolo, o sarebbe più corretto scrivere la citizenship, potrà porre termine a quel cancro chiamato mafia/camorra che già agli inizi del XX secolo veniva chiaramente diagnosticato per Napoli quando nel 1901 il senatore Saredo presentava al Parlamento del Regno il famoso rapporto sull’inchiesta condotta da lui stesso a seguito dello scandalo per mazzette e corruzione al Comune di Napoli, e questo molti anni prima che nascesse Pasquale Simonetti al secolo Pascalone ‘e Nola.

Sicuramente la mancanza cronica di lavoro non ha favorito in passato, e in gran parte continua ancora oggi a non favorire, questo cambio di mentalità ma è anche vero che quest'ultima persiste anche nei comportamenti sociali di chi il lavoro ce l’ha e soprattutto di chi ha una posizione economica e sociale solida o avanzata. In realtà a sopravvivere al Sud è la cultura del latifondista, passata dal nobile aristocratico al mezzadro, divenuto cafone risalito, nonostante il latifondo (per definizione un terreno agricolo di grandi dimensioni, solitamente mal coltivato o abbandonato) sia stato spazzato via all’indomani del Piano Marshall, grazie ai soldi dello Stato il quale, regalando poco più di un ettaro di terra a tutti quelli che la richiedevano, dietro lauti indennizzi agli espropriati, ha contribuito ad allargare la forbice tra Nord e Sud, già aperta di per se, e, unitamente ad una politica industriale praticamente inesistente eccezion fatta per rare se non uniche eccezioni (Italsider di Bagnoli) condannava alla morte vivente il Mezzogiorno rendendolo incapace di produrre qualcosa che non fosse il semplice sostentamento per il proprio nucleo familiare.

Il macello di un popolo è stato possibile solo grazie al tradimento di alcuni suoi figli, all’epoca come oggi, che invece di elevare la propria terra alle più alte vette delle società cosiddette progredite, la usavano come merce di scambio per i loro personali interessi e di quelli dei loro “amici” (termine ancora oggi molto usato in politica per individuare gli elementi della propria tribù) ad un prezzo più che vantaggioso: pacchi di pasta, mille lire tagliate e il paio di scarpe, un pezzo prima e uno dopo il voto (Colarizi, 2000), anche se poi il prezzo si è alzato (colpa dell’inflazione) con un posto di lavoro presso qualche pubblica amministrazione, soprattutto se in Italia c'è stato bisogno all’improvviso di tanti postini, anche se la posta non era aumentata.

Se è vero come scrisse alcuni anni fa lo storico Piero Craveri, nipote di Benedetto Croce, che  nel Mezzogiorno il re non ha mai avuto vergogna di mostrarsi nudo, tanto ha sempre trovato poi il modo di coprirsi (Geremicca, 1997) è anche vero che, in periodo di crisi soprattutto, anche i vestiti cominciano a scarseggiare e lo spettacolo oltre che decisamente indecoroso è anche impietoso.


Alessandro Cascone

Caviale o succedaneo ?
post pubblicato in diario, il 31 dicembre 2009


“(…) Lo scandalo, nel nostro paese, non è il potere della Magistratura, ma il fatto che una politica vile non si interroga sulle ragioni per cui essa si è sentita costretta a cedere il suo potere alla Magistratura, fino a rinunciare a qualsiasi forma di immunità per l'eletto dal popolo.
Se si cede il potere di combattere i mali politici e sociali alla Magistratura, è evidente che bisogna darle anche mezzi e concessioni formali perchè questo combattimento possa condurre. Siamo, così, ai Tribunali speciali e a tutto ciò che ne consegue, compreso il diritto di compiere ingiustizia in difesa dei poteri costituiti. (…)”


Leggi tutto su:  http://blog.libero.it/lavocedimegaride/8205463.html



alcune mie personali considerazioni sulle riflessioni di Giuseppe Corona…

prima alcune premesse:

a) i privilegi concessi ai pentiti mi creano, eufemisticamente scrivendo, diffusi mal di pancia.
b) che con una soluzione puramente giudiziaria e militare non si risolva la questione mafie credo sia condiviso da tutti coloro che conoscono ciò di cui si parla e/o scrive.

detto ciò, faccio osservare che:

In diritto si distinguono gli atti politici dagli atti amministrativi, i primi, volti ad individuare e predeterminare i fini pubblici che devono essere perseguiti (seppur da armonizzarsi con la Costituzione), non sono sindacabili giurisdizionalmente; i secondi, volti alla realizzazione dei fini pubblici individuati dal potere politico e precettivamente assegnati dal potere legislativo alla PA, sono sindacabili giurisdizionalmente.

A mio modesto avviso non ha senso individuare in un organo (magistratura) con funzioni amministrative (amministrazione della giustizia) eventuali compensazioni e/o abusi di poteri politici che spettano, per legge, solo ed esclusivamente ad organi politici (governo e Parlamento).

La Magistratura, seppur in passato come nel presente può contare su simpatie di alcuni suoi rappresentanti verso questa o quella parte politica (Borsellino per la Destra non faceva scandalo come un Colombo o un Ingroia per la Sinistra), rimane “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104 Cost.) essendo “i giudici (…) soggetti soltanto alla legge” (art. 101 Cost.) e che “la legge assicura l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse (…)” (art. 108 Cost.).

Ricordo inoltre che, contrariamente a quanto si sente dire da più parti, anche autorevoli, il PM (la cui indipendenza è garantita dall’art. 112 Cost.), nato inizialmente come organo di cerniera tra potere esecutivo e giurisdizionale, si è collocato e si è andato configurando sempre più come organo giurisdizionale, liberandosi dalla dipendenza dal Ministero della Giustizia, prevista dal precedente ordinamento, e vedendosi imposta, dal nuovo ordinamento (codice Vassalli) un’accentuazione del carattere di imparzialità della sua azione (più in senso investigativo e meno in senso giurisdizionale s.s.).

L’articolo di Corona, pur mettendo in evidenza situazioni critiche, si sporge pericolosamente sul dirupo della delegittimazione della funzione requirente e giudicante, operazione cavalcata da almeno venticinque anni a questa parte cominciata con Craxi (i famosi pretori d’assalto) e portata avanti da Berlusconi.

Confesso che il caviale non mi è mai piaciuto, ma se proprio lo devo mangiare, soprattutto in questi giorni di ultimo dell’anno, preferisco mangiare l’originale e non un suo succedaneo.


Alessandro Cascone
I Torquemada del XXI secolo
post pubblicato in diario, il 28 dicembre 2009


" La lunga stagione di lotte operaie iniziate nel '62, culminata nel '69 e continuata fino al '72, finisce per modificare radicalmente l'universo delle imprese dove persino i proprietari delle aziende cambiano pelle, da padroni in datori di lavoro, più consapevoli dei diritti e della dignità dei lavoratori. (...) Adesso si guarda all'Europa del MEC e si prende a modello la Germania dove l'avvento al governo della SPD porta una vera rivoluzione nei rapporti tra impresa e sindacato: la modernizzazione che fa salire alle stelle i profitti, (...).La ventata del nuovo non si ferma alle fabbriche. (...) lo stesso succede nelle professioni libere dove i giovani avvocati, medici, giornalisti si ribellano alle regole anacronistiche degli ordini professionali, dominati da una elitè immobile che difende con arroganza i propri privilegi, codificati in una legislazione rimasta ancora quella dell'epoca fascista. "

tratto da: Simona Colarizi - "Storia del novecento italiano. Cent'anni di entusiasmo, di paure e di speranza". VII ediz. BUR (2007)


Molti di quei giovani di ieri sono i vecchi di oggi che si battono, oramai già da un po', silenziosamente, per blindare le loro posizioni lavorative conquistate in questi ultimi quarant'anni rinnegando ad arte il loro trascorso libertario e democratico.

Dietro la grande ipocrisia della salvaguardia dei diritti dei cittadini, nella lunga notte dell’ignavia dei tanti e dell’ignoranza dei rimanenti, si sta erigendo un lungo e freddo muro messo a difesa contro le future invasioni dei nuovi arrivati: i giovani di oggi e di domani, che cercheranno, come i loro padri e fratelli maggiori in passato, di farsi posto nel mondo del lavoro autonomo delle libere professioni.

Ecco allora spuntare proposte di leggi di riforma delle professioni e di regolamenti ordinistici (aggiornamenti professionali coatti di dubbio valore e gestione), entrambe illegittime costituzionalmente, il cui unico scopo è rendere non solo più difficile l'accesso alle libere professioni ma gravare ulteriormente, e non solo economicamente, il mantenimento dello status lavorativo acquisito.

E’ in atto un vero e proprio attacco alla dignità e alla libertà di una parte di cittadini, questa volta sì, perché è in atto una palese e inaccettabile violazione del diritto all’autodeterminazione lavorativa, bene costituzionalmente protetto dalla Carta in ben due articoli, il 4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto (..)” e il 41 “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

Può essere considerato “fine sociale” l’interesse pubblico chiamato in causa dai reazionari pseudo-conservatori ideatori delle varie proposte di riforma invocando una caccia ad ipotetiche quanto surreali streghe che violerebbero, secondo i  torquemada del XXI secolo, i diritti dei cittadini ad avere garantite competenze certe, stranamente e misteriosamente ritenute pacifiche fino a ieri ?

L’impressione che se ne ricava, almeno a modesto avviso di chi scrive, è solo lo struggente tentativo di sopravvivenza di un’intera generazione, vecchia nello spirito e spenta nell’ardore, testimonianza vivente, per molti ancora, di un fallimento generazionale non essendo riuscita a cambiare in meglio il Paese. Una generazione che si vede, ed è vista, sempre meno adatta ad affrontare i cambiamenti di una società che evolve più velocemente di quanto loro stessi invecchiano.  Un’intera generazione che tenta, disperatamente, di sbarrare le porte dell’accesso al lavoro ai tanti cittadini che hanno scelto, o sceglieranno, la strada delle libere professioni, cittadini la cui unica sventura è quella di essere nati negli ultimi 30-40 anni e senza avere santi in paradiso o parenti sulla terra.


Alessandro Cascone
Quel vizio del rimuovere
post pubblicato in diario, il 16 dicembre 2009


Se si cerca su internet (o su un libro di psicologia) la parola rimozione psicologica uno dei significati è "Reazione che si ha quando un impulso affettivo, di qualsiasi genere esso sia, disturba l’individuo, che preferirebbe non averlo. In questo caso tale impulso può venire rimosso dall’individuo stesso."
(Fonte: http://www.psicologi-italia.it/rimozione_glossario.htm)

Rimuovere psicologicamente una realtà oggettiva, sgradevole e/o fonte di angoscia, è operazione sempre più speditiva e semplice di quella dell’affrontarla di petto.

In un’intervista del 1992, riportata nel libro “La città porosa” edito da Cronopio a cura di Claudio Velardi (napoletano), il regista Mario Martone (napoletano), uno dei cinque intervistati dal curatore,  parlando del matematico (napoletano) Caccioppoli e della rimozione psicologica della borghesia napoletana nei suoi confronti sosteneva che: “Napoli non sarà una città bacchettona pero’ ha una borghesia che spesso si nasconde dietro un fondo di ipocrisia, tende a negare, a nascondere, a occultare….così mi è capitato di sentirmi dire da persona che lo hanno conosciuto, che potrebbero parlare di lui come scienziato per ore…sentirmi dire che Caccioppoli non beveva. Perché ? Che cosa leva questo alla sua statura ? Queste rimozioni borghesi Caccioppoli le avvertiva e ne soffriva. Anche per questo, probabilmente, lui attraversava la città…”

Alcuni anni fa usci un libro di Giorgio Bocca “Napoli siamo noi” edito da Mondadori (2006) che sollevò un vespaio di polemiche. Furono in molti, anche persone del mondo della cultura napoletana (Ermanno Rea in primis), ad inveire contro il giornalista reo di aver offeso, calunniando secondo questi, la città di Napoli. Stessa sorte, un po' di tempo fa, per un’intervista rilasciata dallo stesso Bocca alla trasmissione di Fazio “Che tempo fa” accusato addirittura di perorare, indirettamente, le cause leghiste. http://www.youtube.com/watch?v=KDG_-GIrpCQ

A me, Bocca, come il suo libro “Napoli siamo noi”, piace e non ne vedo alcuna assonanza con le teorie leghiste. Ritengo tutto vero, anche se amaro, e non credo si dimostri vero amore verso Napoli il “rimuovere” continuamente tutto.

Le colpe, e anche grosse, su come all'indomani dell'Unità di Italia si sia penalizzato il Mezzogiorno sono indiscutibili e documentate: dazi e tributi con uguale "proporzione" tra il Nord (ad economia industriale prevalente) e il Sud (ad economia agricola esclusiva) ma lo stesso Giustino Fortunato, noto meridionalista nonché deputato alla Camera del Regno a cavallo tra l'800 e il 900, affermava che: "sarebbe, indebitamente, nel falso chi si ostinasse ad affermare, che la sottomissione del Mezzogiorno a una identica norma di legislazione tributaria e doganale, donde nasce il persistente suo malessere, fosse stato conscientemente voluto da una sola parte del paese. Fummo unanimi, e noi meridionali per i primi, a volere tutto quello che è accaduto, perché tutti a un modo assai lontani dalla verità delle cose: lo « spirito d’osservazione », si sa, non è la nostra dote maggiore, e, del resto, « niente di più comune hanno gli italiani», - notò il Coco (Vincenzo Cuoco, ndr), - « quanto la tendenza ad ignorare sé stessi e le cose proprie..»

Alessandro Cascone
(napoletano di Napoli)
Sfoglia febbraio       
calendario
adv